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Diabete e malattia parodontale : Un silenzio che dura da 20 anni

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Il diabete è una malattia cronica caratterizzata da un alterato valore glicemico che l’organismo non è in grado di riportare alla normalità.

La causa di questa condizione può essere la minor produzione di insulina o la ridotta capacità dell’organismo di utilizzare l’insulina. Livelli elevati di glucosio nel sangue, se non corretti con un’adeguata terapia e non tenuti costantemente sotto controllo, possono favorire la comparsa di complicanze. Esistono tre tipologie di diabete:

  • Diabete di tipo 1: si manifesta spesso in modo improvviso e con sintomi palesi. Le persone affette da questa patologia hanno una reazione immunologica che distrugge le cellule beta del pancreas che producono l’insulina;
  • Diabete di tipo 2: è la forma più frequente di diabete che si manifesta generalmente dopo i 40 anni, soprattutto in persone sovrappeso od obese. Ha un decorso lento: la persona perde gradualmente la capacità di controllare l’equilibrio della glicemia. Spesso l’esordio è privo di sintomi oppure, se presenti, hanno caratteristiche lievi;
  • Diabete gestazionale: è una forma temporanea di diabete che si regola tendenzialmente dopo il parto.

Sono trascorsi più di vent’anni da quando Loe ha parlato di malattia parodontale come una complicanza del diabete. Nonostante il lungo periodo, le attuali ricerche dimostrano quando sia ancora scarsa la collaborazione tra odontoiatri e igienisti con la comunità di diabetologi e viceversa, nonostante l’aumento considerevole delle pubblicazioni in merito.

È necessario che gli operatori del cavo orale per primi facciano un passo in avanti cercando di cambiare progressivamente le complicanze derivanti dalle interazioni tra diabete e parodontite, informando in modo sempre più puntuale i pazienti della sinergia esistente tra le due patologie.

Un primo approccio potrebbe essere lo screening orale, che, se per l’ipertensione è diventato una pratica standard 50 anni fa, per il diabete e il prediabete è ancora opzionale.

Lo screening è da considerarsi uno strumento fondamentale per individuare precocemente i casi di diabete che nelle prime fasi tendono a rimanere silenti e non manifestare segni e sintomi tipici della patologia quali:

  • Aumentata sete
  • Bocca secca
  • Aumento della fame
  • Fatica non motivata
  • Visione offuscata
  • Minzione aumentata
  • Piaghe difficili da rimarginare

I pazienti con parodontite mostrano un’aumentata prevalenza di prediabete e diabete rispetto ai pazienti che hanno un cavo orale in buona salute.

Diabete e parodontite sono fortemente associati al punto da essere definiti un “diabolico duo”:

  • Sia il diabete di tipo 1 sia il diabete di tipo 2 aumentano il rischio di parodontite;
  • Il diabete poco controllato aumenta il rischio di deterioramento del parodonto. L’alterazione del controllo glicemico e l’instaurarsi della patologia inducono effetti avversi sulla salute parodontale;
  • L’infezione parodontale è un fattore di rischio per un controllo glicemico scarso e per la gestione del diabete;
  • La malattia parodontale aumenta il rischio di complicanze del diabete (retinopatia, neuropatia, nefropatia….);
  • L’infiammazione parodontale cronica può incrementare il rischio di diabete di tipo 2.

LE VARIE TIPOLOGIE DI PAZIENTE

Si distinguono diverse tipologie di paziente:

  • Paziente che presenta diabete ma non patologia parodontale evidente

In questi casi è importante sapere se la glicemia è mantenuta sotto controllo costantemente o scarsamente. L’obiettivo è quello di mantenere i livelli di emoglobina glicata (usata per identificare la concentrazione plasmatica media del glucosio) entro e non oltre il 7%. Il nostro compito è di monitorare il paziente ed educarlo facendogli comprendere il rischio di infezioni e complicanze.

  • Paziente con diabete e malattia parodontale non trattata

La parodontite non trattata non può che peggiorare il controllo glicemico. È necessario da parte nostra incoraggiare il paziente ad accettare il trattamento parodontale a lui raccomandato facendogli comprendere quanto questa patologia abbia un impatto significativo sul diabete e sull’aumento del rischio di complicanze.

  • Pazienti con diabete e malattia parodontale trattata

In questi pazienti si consiglia , in linea generale, visite parodontali programmate ad intervalli di tre mesi. Nei casi di pazienti con diabete poco controllato le tasche profonde si ripresentano molto più rapidamente e a lungo termine la risposta può essere compromessa; al completamento della terapia parodontale attiva il paziente deve essere messo a conoscenza del piano di trattamento (che varia da individuo ad individuo) e dei richiami che sono selezionati in base alla risposta al piano di cura e al livello glicemico.

  • Paziente con malattia parodontale ma con diabete non diagnosticato

È ormai noto che l’infezione parodontale cronica è associata positivamente alla compromissione dell’intolleranza del glucosio e aumenta il rischio di incidenti di diabete. Con il trattamento di questa malattia non solo si riduce l’infiammazione locale ma anche quella dell’intero organismo. Numerosi ricercatori suggeriscono infatti di inserire la malattia parodontale come componente della sindrome metabolica. In questi casi si consiglia una particolare attenzione all’anamnesi del paziente che presenta una forma fisica “a mela” o depositi adiposi abbondanti.

  • Paziente con prediabete

Per poter diagnosticare il prediabete è necessario che gli operatori sanitari del cavo orale (OHCP) siano vigili e attenti al punto da percepire i cambiamenti, seppur minimi, del parodonto del paziente dal momento che, solitamente nel prediabete e durante la prima fase di resistenza insulinica, i sintomi rimangono silenti; questo comporta l’inconsapevolezza della persona.

Si è scoperto recentemente che il fluido crevicolare può essere fonte per lo screening del glucosio del sangue durante un esame di routine in un paziente con casi di diabete mellito in famiglia. Si raccomanda l’intervento precoce nel modificare lo stile di vita e alimentare per ridurre la progressione da prediabete a diabete.

L’obiettivo che ci si pone per il futuro prossimo è quelli di intervenire il prima possibile per migliorare la qualità di vita delle persone. Farlo quando il diabete è già conclamato è ormai troppo tardi: la funzione delle cellule beta del pancreas è diminuita e il corpo danneggiato a causa dell’iperglicemia. È possibile convivere con il diabete e prevenirne le complicanze, ma è fondamentale conoscere che cosa causi un incremento o una riduzione della glicemia in modo da mantenerla il più possibile vicino ai livelli normali dalle prime fasi della malattia e durante il corso della vita.

CONCLUSIONI

Per attenuare l’epidemia diabetica gli OHCP e i medici dovranno individuare il prima possibile la prima fase di alterazione glicemica e guidare il paziente ponendogli davanti non semplicemente il problema ma la soluzione: uno stile di vita sano, abitudini alimentari migliori e una guida per un controllo glicemico costante e corretto. È necessaria però una stretta collaborazione tra OCHP e medici per far si che il paziente benefici di un trattamento mirato ma soprattutto basato su protocolli preventivi.

Full text disponibile a richiesta

Revisione letteratura Federica Colussi