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IL POTENZIALE DELL’USO DEI BIOMARKERS SALIVARI NELLA PREVENZIONE E DIAGNOSI DI ALZHEIMER: il futuro diagnostico dei test salivari

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La Lancet Neurology Commission nel 2016 focalizzava l'attenzione sui costi personali, sociali ed economici drammaticamente aumentati del morbo di Alzheimer e delle altre demenze correlate tanto da sollecitare tutta la comunità scientifica e non solo a sviluppare strategie efficaci di prevenzione e trattamento.

L'Alzheimer è una patologia cronico degenerativa ad andamento progressivo e fatale. Si stima un numero di oltre 35 milioni di persone nel mondo affette da demenze.

Nel 2050 si stima addirittura che la progressione dei pazienti affetti dalla patologia assuma proporzioni epidemiche.

Ad oggi, il gold standard terapeutico è quello di rallentare la progressione della patologia in quanto la conoscenza delle cause scatenanti è ancora limitata ed insufficiente. Di conseguenza la diagnosi è tardiva.

Ad oggi, il fatto certo è che nei cervelli di pazienti affetti da Alzheimer ed analizzati post-mortem sono state rinvenute placche di proteina tau e beta-amiloide. Non è chiaro ancora chi causi la formazione di queste placche. Per questo sono stati assunti come elementi di monitoraggio e di progressione della patologia biomarkers presenti nel sangue e nel fluido cerebrospinale.

Di fatto in chiave diagnostica gli elementi ad oggi emersi in modo chiaro dall'analisi della letteratura, che testimoniano un progredire della patologia, sono :

- la riduzione dei livelli di Amiloide beta 42 nel fluido cerebrospinale

- l'aumento dei livelli di proteina t-tau e p-tau nel fluido cerebrospinale

- la valutazione PET che permette di individuare il rischio di progressione totale per la massa cerebrale

- l'MRI (risonanza magnetica)

- la riduzione nel tempo del metabolismo cerebrale del glucosio

Le review del 2014 di McGhee, del 2016 di Olsson e del 2017 di Lawrence, si focalizzano sull'utilità in chiave di diagnosi precoce e di diagnosi differenziale dei biomarkers sanguigni e dell'analisi del CSF tra pazienti con Alzheimer. Il controllo degli attuali sistemi di screening ha sottolineato le seguenti criticità:

- l'insufficiente mole di dati presenti in letteratura ad oggi sull'uso di biomarkers diagnostici e prognostici per fare diagnosi di Alzheimer a partire dall'analisi sanguigna e del fluido cerebrospinale.

- il costo notevole delle attuali tecniche d'imaging diagnostico come la PET e l'MRI.

- il metodo di reclutamento di questi studi avviene solo sulla base della diagnosi di Alzheimer che in genere avviene in media dopo i 60 anni di età.

- la necessità di studiare l'innesco della malattia sulla base dell'età.

Tre studi, legati all’utilizzo dei biomarkers sono degni di nota per l'apertura di nuove prospettive di diagnosi precoce e l'efficacia di trattamenti preventivi per l'Alzheimer in una popolazione clinicamente sana prima dell'innesco della patologia (Patenico 2012, Bloomberg 2012, Khan 2013).

- i test cognitivi hanno dimostrato un'utilità clinica molto limitata dato che ce ne sono tanti (oltre 90 citati), inoltre la maggior parte di questi studi che riportano uso di test non ripetibili e per questo non standardizzabili. Non hanno sensibilità e specificità adeguate. Non sono di utilità alcuna ai fini di diagnosi precoce e prevenzione.

A tal proposito lo studio del ricercatore Stewart Graham del Beaumont Research Institute in Michigan pubblicato nel Maggio 2017 sul Journal of Alzheimer's Disease sembra aver individuato un metabolita salivare che potrebbe essere associato a diagnosi precoce di Alzheimer in soggetti giovani negli stadi precoci dell'insorgenza della patologia. La "metabolomica" è infatti una delle tecnologie sviluppate, riunite sotto il termine di "salivomica", con cui viene valutato l'aspetto biochimico, il ruolo e le relazioni reciproche tra le varie molecole. L'impronta che tali molecole lasciano nei campioni di fluidi biologici come sangue e saliva possono essere usati per comprendere la fisiologia dell'organismo.

Il dottor Graham, infatti, nel suo studio, afferma proprio come "data la facilità e la convenienza di raccogliere la saliva, sarebbe proprio ideale sviluppare biomarkers precisi e predittivi di sviluppo di Alzheimer in chiave prognostica".

Lo studio del Dottor Graham è uno studio pilota che ha incluso 29 soggetti adulti divisi in tre gruppi:

- soggetti con lieve declino cognitivo

- soggetti con Alzheimer diagnosticato

- soggetti di un gruppo controllo sano

Una volta raccolti i campioni di saliva, sono stati identificati 57 tipi di metaboliti, alcuni dei quali tra qui l'H1 NMR variavano in modo clinicamente significativo come presenza tra soggetti sani e malati. In programma c'è uno studio eseguito su un campione più ampio, della durata di almeno tre anni, per validare i risultati dello studio pilota.

Quello di Graham è solo uno degli studi sempre più frequenti che stanno caratterizzando il trend di questi ultimi tempi. Ecco i punti da implementare per le future ricerche che le review da me revisionate hanno messo in evidenza:

1) Necessità di più studi longitudinali prospettici eseguiti su un numero più elevato di soggetti.

2) Aumento delle conoscenze sulla modalità d'azione dei biomarkers salivari, dati i vantaggi che presentano.

3) Aumento delle conoscenze sui cambiamenti temporali dei biomarkers legati all'età la cui analisi ci potrà aiutare per una migliore comprensione della vera causa dell'Alzheimer e quindi lavorare sullo sviluppo di terapie future.

Lo scopo di questo articolo è ricordare l’importanza della saliva come mezzo diagnostico per molte patologie metaboliche e che tutti gli specialisti del cavo orale devono seguire con grande attenzione gli sviluppi e coglierne le opportunità per non essere semplici spettatori dello sviluppo della medicina ma farne parte.

“ connetting medicin and dentistry to save live “ 

Full text disponibile a richiesta 

Revisione letteratura Dr. A. Bevilacqua